SBAGLIATO, Finestre Rotte

🇮🇹 A urban/photo/trompe l’Å“il/graffiti project by SBAGLIATO, produced by Pigment Workroom.

Does a clean wall mean a safer city? We have named our ephemeral project after the famous 1982 criminological theory by J.Q.Wilson and G.Kelling that still inspires many repressive campaigns against the homeless and graffiti writers around the world. We simulated urban disorder and degradation by pasting some natural-size photographic posters of broken windows in some peripheral neighborhoods of Bari, then some tagged store curtains downtown. Our idea consisted in challenging the acceptability of ugliness and disorder in the eye of citizens: what would our reaction be when we experience the unexpected appearance of a disfunctional element in our everyday environment? Then, what if we discovered that that very element is an illusion? That it is part of an institutional art project? Would that ugliness be more acceptable because of that?


© Mario Nardulli

Un muro pulito significa una città più sicura? Sì, se prendiamo per buona la Teoria delle finestre rotte. Secondo James Q. Wilson e George Kelling, i due criminologi americani che la formularono nel 1982, gli individui sarebbero più propensi a commettere crimini in aree urbane poco curate. Segni di disordine e incuria come una finestra rotta, un muro sporcato da scritte o anche la presenza di mendicanti porterebbero, quindi, a un incremento delle attività criminali.

Nel 1993 la teoria ha ispirato una delle più celebri campagne repressive contro i senza fissa dimora, i lavavetri abusivi e i graffiti writers, portata avanti dall’allora sindaco di New York Rudolph Giuliani, e conosciuta come Zero Tolerance.

L’esito più pericoloso della teoria delle finestre rotte è proprio quello di equiparare un’infrazione minore ad un crimine, e di punire senza possibilità d’appello persone appartenenti alle classi sociali più basse, facendo leva sulle paure del cittadino per bene e sulla percezione di sicurezza di quest’ultimo.

A distanza di più di trent’anni, quella stessa ideologia del decoro continua ad esercitare il suo fascino su politici e amministratori italiani, fornendo loro una scorciatoia per costruire consenso sulla paura sempre più diffusa per il diverso. Ne è una prova il recente decreto Minniti e le sue misure repressive in favore dell’ordine pubblico, su tutte quella conosciuta come daspo urbano.

© Mario Nardulli

Dalla teoria di Wilson e Kelling questo nostro progetto prende il nome: Finestre rotte. Esso mira, attraverso la sedimentazione di più linguaggi artistici – fotografia, trompe l’œil architettonico e graffiti – a ragionare simbolicamente sul diritto allo spazio pubblico: una finestra rotta è la causa o l’effetto di una situazione di disagio sociale e urbano? Una tag su un muro è davvero così inaccettabile rispetto alle tante insegne, ai cartelloni pubblicitari, ai manifesti elettorali che soffocano lo spazio pubblico?

Facendoci queste domande, abbiamo incollato alcuni poster fotografici a grandezza naturale, raffiguranti finestre dai vetri infranti e dalle tapparelle arrugginite sui muri di quartieri periferici come San Girolamo e San Giorgio. Ne abbiamo affissi altri, raffiguranti saracinesche, nel salotto buono cittadino, in centro e nella città vecchia. Alcune di queste finte saracinesche sono poi state taggate con pennarelli e bombolette spray.

La nostra idea è di giocare con la percezione del disordine urbano attraverso l’introduzione di elementi architettonici disfunzionali nello spazio che percorriamo quotidianamente. Finestre rotte o saracinesche ricoperte di tag appaiono all’improvviso dove prima era una superficie vuota: illusionistici e effimeri, questi elementi sono lì per simulare il degrado, per rendere lo spazio pubblico più brutto, più sciatto, più indecoroso.

© Mario Nardulli

Cosa accade, però, quando ci accorgiamo che quella finestra rotta o quella saracinesca sporca sono una simulazione? E quando scopriamo che quella simulazione è parte di un progetto artistico, che addirittura essa gode della cornice rassicurante e istituzionale di un’organizzazione come TEDx? Tutt’a un tratto quel disordine e quella sporcizia diventano più accettabili. Quella bruttura è improvvisamente più rassicurante, più ordinata, più bella. Lo stesso accade nel film The Square di Ruben Östlund palma d’oro a Cannes, dove l’accoglienza del diverso trova spazio unicamente dentro il quadrato magico del museo, ma al tempo stesso è ridotta a motivo di spettacolo e di moralità ostentata tra gli insiders del mondo dell’arte.

Quanto più l’arte autorizzata, istituzionale, lecita si interessa alla marginalità, tanto più essa rivela il suo potere gentrificante: quello di trasvalutare secondo le necessità del buon senso comune ciò che altrimenti, fuori dalla sua cornice, risulta inaccettabile, sconveniente o addirittura ripugnante. Finestre rotte prova a rendere manifesta l’ineluttabilità di questo paradosso, e della parentela che lo lega all’ideologia del decoro e ai suoi dispositivi repressivi.

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